Firenze 1265 - Ravenna 1321
Al tempo di Dante gli scacchi erano assai diffusi anche in Toscana. Si sa per certo che alcuni suoi amici giocavano a scacchi. Cino da Pistoia si occupò della validità di una scommessa quando il matto veniva dato col pedone segnato ma promosso a pezzo; di Guido Cavalcanti il Sacchetti narra il gustoso episodio del giovane che gli inchioda la guarnacca alla panca mentre è intento a giocare così che, alzandosi irritato per il gran bussare del giovane, rimase attaccato al sedile. Nel 1311 Betto Brunelleschi, amico di Guido e forse dello stesso Dante, rimase ucciso mentre giocava a scacchi. Dante cita gli scacchi nel canto XXVIII (93) del Paradiso quando volendo far capire quanti fossero gli angeli dice che erano più del doppiar degli scacchi. "L'incendio suo seguiva ogni scintilla;/ed eran tante, che 'l numero loro/ più che l'doppiar delli scacchi s'immilla". Dante fa riferimento alla leggenda secondo cui il bramino Sissa avendo ricevuto l'invito dal re a esprimere un desiderio, come compenso per l'invenzione degli scacchi, chiese un chicco di grano per la prima casella, due per la seconda, quattro per la terza e così via raddoppiando fino alla sessantaquattresima casella. Il monarca avrebbe acconsentito di buon grado, salvo accorgersi in seguito che non sarebbero bastati tutti i granai del mondo per soddisfare la richiesta.